Pavese, Cesare

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  • Tipologia: Persona Fisica
  • Date di esistenza: 1908-1950
  • Attività: scrittore
  • Storia: Cesare Pavese nacque il 9 settembre 1908 a S. Stefano Belbo (Cuneo), sei anni dopo la sorella Maria (tra i due, altri tre figli morti in tenerissima età, una femmina e due maschi). Il padre, Eugenio, era cancelliere di tribunale (di lui e della famiglia paterna si occuperà nella poesia Antenati), la madre, Consolina Mesturini, proveniva da una famiglia di agiati commercianti di Ticineto Po. Dopo la morte del marito, avvenuta il 2 gennaio 1914 a soli quarantasette anni, la donna portò avanti la famiglia con autorità e durezza (“Mio padre morì che avevo sei anni e io giunsi a venti senza sapere come un uomo si comporta in casa… Mia madre aveva cercato di tirarmi su duramente come farebbe un uomo, e ne aveva ottenuto che tra noi non usavamo né baci né parole superflue, né sapevo che cosa fosse famiglia”, Il signor Pietro, dai Racconti). Regolare l’iter scolastico (prima elementare al paese natale, anni successivi all’istituto privato delle signorine Trombetta, a Torino, ginnasio inferiore presso l’Istituto “Sociale” dei Gesuiti, ginnasio superiore al “Cavour”). Nel 1926 conseguì la maturità classica presso il liceo “Massimo D’Azeglio”, “fucina di antifascisti”; qui era stato allievo di Augusto Monti, a cui si deve un impareggiabile ritratto dell’allievo in I miei conti con la scuola, ed era diventato amico dei coetanei Enzo Monferini, Tullio Pinelli, Remo Giacchero, Guido Bachi, Giorgio Curti. Nel ’27, per interessamento dello stesso Monti, nacque la “confraternita” degli ex-allievi, un gruppo di futuri intellettuali con spiccati interessi culturali e politici; di essa facevano parte, oltre a Pavese, Leone Ginzburg, Franco Antonicelli, Massimo Mila, Norberto Bobbio, Giulio Carlo Argan, Federico Chabod. Iscrittosi alla Facoltà di Lettere, si laureò il 20 giugno 1930 con una tesi sulla Interpretazione della poesia di Walt Whitman (108/110, relatore Ferdinando Neri); poi un “capriccio” per una giovane di nome Dina, un mese di vacanza a S. Stefano Belbo con Pinolo Scaglione (il futuro Nuto di La luna e i falò), il cambiamento di casa e la morte della madre. Dopo un duplice, inutile tentativo di ottenere una borsa di studio alla Columbia University (“Non ho più notizie del mio vecchio impegno con la Columbia University…Sono pronto a insegnare l’italiano o a sposare la più orrida delle ereditiere, pur di andare là. Domanda all’Università, se è possibile trovare un posto da assistente, da usciere, da – chiamalo come vuoi - . Ma aiutami, se no proverò con la rivoluzione in Messico e il contrabbando attraverso la frontiera”, lettera ad Antonio Chiuminatto, 2 aprile 1932, trad.) e un posto di assistente all’Università di Torino, si dedicò all’insegnamento in scuole private e serali (Bra, Saluzzo, Vercelli, Torino). Nel frattempo ebbe inizio la sua lunga e fortunata attività di traduttore: Il nostro signor Wrenn di Sinclair Lewis per Bemporad (1931), Riso Nero di Sherwood Anderson (1932), Moby Dick di Herman Melville (1932) e Dedalus di Joyce (1934) per Frassinelli, Il 42° parallelo e Un mucchio di quattrini di John Dos Passos (1935 e 1937), Il borgo di William Faulkner (1942) per la Mondadori, Uomini e topi di John Steinbeck (1938) e Il cavallo di Troia di Christopher Morley (1941) per Bompiani, Fortune e sfortune della famosa Moll Flanders di Daniel Defoe e Autobiografia di Alice Toklas di Gertrude Stein (1938) , La formazione dell’unità europea dal sec.V all’XI di Christopher Dawson (1939), La storia e le personali esperienze di David Copperfield di Charles Dickens (1939), Benito Cereno di Melville e Tre esistenze della Stein, La rivoluzione inglese del 1688-89 di George Macaulay Trevelyan (1940), Capitano Smith di Robert Henriques (1947) e Le civiltà nella storia di Arnold Toynbee (1950, con Ch. De Bosis) per Einaudi.
    Arrestato il 15 maggio 1935 per la sua appartenenza al gruppo clandestino “Giustizia e Libertà” e, soprattutto, per la sua veste di direttore pro-tempore della “Cultura”, la rivista di Cesare De Lollis rilevata da Einaudi (aveva sostituito Leone Ginzburg, arrestato il 13 marzo dell’anno prima), fu tradotto a Regina Coeli, a Roma (“Io più penso alla mia situazione e più sono convinto che la terra è una valle di lacrime: il più grande poeta vivente d’Italia, e forse d’Europa, dov’è? A Regina Coeli. Cose dell’altro mondo”, lettera alla sorella Maria, 14 giugno 1935), e poi condannato a tre anni di confino nel paese di Brancaleone Calabro, dove giunse il 4 agosto: “sono arrivato a Brancaleone domenica 4 nel pomeriggio e tutta la cittadinanza a spasso davanti alla stazione pareva aspettare il criminale che, munito di manette, tra due carabinieri, scendeva con passo fermo, diretto al Municipio. Il viaggio di due giorni, con le manette e la valigia, è stata una impresa di alto turismo… Qui, sono l’unico confinato. Che qui siano sporchi è una leggenda. Sono cotti dal sole. Le donne si pettinano in strada, ma viceversa tutti fanno il bagno. Ci sono molti maiali, e le anfore si portano in bilico sulla testa… La grappa non sanno cosa sia… Mi faccio io da mangiare, cioè mangio roba fredda. È brutto metter su famiglia, senza la famiglia” (lettera alla sorella Maria, 9 agosto 1935). Ottenuto il condono dopo meno di un anno, il 13 marzo 1936 fece ritorno a Torino e riprese la sua collaborazione con la casa editrice Einaudi (assunto nel 1938, nel periodo gennaio-luglio del 1943 si occuperà della filiale romana con Mario Alicata, Antonio Giolitti e Carlo Muscetta).
    Il 1936 è anche l’anno dell’esordio poetico con il volume Lavorare stanca, che vide la luce in un ambiente quanto mai estraneo al langarolo Pavese, a Firenze nelle Edizioni di Solaria, curate da Alberto Carocci. Il suo primo romanzo, Il carcere, scritto tra il novembre 1938 e l’aprile 1939, uscirà soltanto nel 1949; lo avevano preceduto Paesi tuoi (1941), La spiaggia (1942), Feria d’agosto (1946), Dialoghi con Leucò (1947), Il compagno (1947, premio Salento). Nel novembre 1949 uscirà la trilogia La bella estate (il racconto omonimo, Il diavolo sulle colline, Tra donne sole), che vincerà il premio Strega nel giugno 1950 (“a questo trionfo manca la carne, manca il sangue, manca la vita”, Il mestiere di vivere, 17 agosto 1950). L’ultimo romanzo, La luna e i falò, è dell’aprile di quello stesso anno.
    Dopo l’8 settembre 1943 la casa editrice Einaudi fu posta sotto la tutela di un commissario della Repubblica sociale italiana, Paolo Zappa; Pavese allora si rifugiò presso la sorella Maria, sfollata nelle Langhe a Serralunga di Crea, ma non prese parte attiva alla Resistenza (i motivi di questa scelta sono esplicitati nel romanzo La casa in collina, steso dal settembre 1947 al febbraio 1948 ed edito nel 1949). Dopo la Liberazione si iscrisse al PCI (“la politica non teneva un gran posto nella sua vita interiore… Non quanto qualche parola di donna, non quanto la soddisfazione e il tormento del suo lavoro; non quanto il mitico, bruciato paesaggio delle Langhe”, M. Mila, “L’Unità”, 22 ottobre 1952), collaborò a “L’Unità” e portò avanti, nella delicata fase di ricostruzione dell’Einaudi (“La casa Einaudi è uscita dalla tempesta. Tornano i redattori dispersi e risuscitano i collaboratori, ma già saprà della perdita irreparabile che ha subito la Casa per la morte di Leone Ginzburg e Giaime Pintor. Questo ci impegna a lavorare tanto più nell’avvenire”, lettera a Piero Jahier, 11 maggio 1945), una lucida e illuminata attività di direttore editoriale, dando vita a nuove collane e promuovendo importanti iniziative (Santorre Debenedetti e i classici italiani, Franco Venturi e le scienze storiche, De Martino e l’etnologia, la famosa collana “viola”).
    Il proposito di suicidio, enunciato fin dagli anni dell’adolescenza, divenuto un “vizio assurdo” in seguito alle delusioni amorose (Tina, la “donna dalla voce rauca”, di cui ora si possono leggere i ricordi in Senza pensarci due volte, Il Mulino, Bologna 1996, e Constance Dowling detta Connie, la donna “venuta di marzo”) e al progressivo disadattamento esistenziale, si tradusse in “un gesto” il 27 agosto 1950, a Torino, nella camera 43 dell’albergo Roma.
    Postume uscirono le poesie di Verrà la morte e avrà i tuoi occhi (1951), i racconti di Notte di festa (1953), il romanzo Fuoco grande (1959), a quattro mani con Bianca Garufi, il ciclo di novelle (e poesie) Ciau Masino (1969). Postumi anche i saggi critici La letteratura americana e altri saggi (1951) e il diario, intitolato Il mestiere di vivere (1952).
  • Fonti (vedi legenda): 4:Centro Studi "Gozzano Pavese"
  • Ultimo aggiornamento: 2020-07-23